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Pizza, tutte le varianti d’Italia

Napoletana e romana, focacce, sfincioni, schiacciate, fatta a pezzi, al trancio, tonda o fritta

Ricostruire l’origine esatta del termine “pizza” è complicato. Alcune fonti, tra cui l’autorevole giornalista gastronomico Luciano Pignataro nel suo libro La Pizza – Una storia contemporanea, lo fanno risalire addirittura al longobardo bizzo-pizzo, a sua volta derivato dal tedesco bizzen che significa “morso”. La cosa certa è che il termine oggi si è diffuso in tutto il mondo rappresentando un raro caso di uniformità linguistica: la pizza viene chiamata così dal Sud America al Sud-Est asiatico, passando per l’Europa.

Naturalmente questa diffusione dipende dall’enorme successo della pietanza a cui la parola si riferisce, arrivata in così tanti posti da produrre una gran quantità di varianti locali.

Pizza napoletana, pizza fritta, calzoni

La più diffusa di tutte e per certi versi la pizza per antonomasia. La pizza è probabilmente la cosa di cui i napoletani vanno più orgogliosi, complici anche i riconoscimenti internazionali, il fatto che è stata riconosciuta come patrimonio tutelato dall’UNESCO e il disciplinare “Verace Pizza Napoletana”. Le sue caratteristiche principali sono il bordo (anche detto cornicione) ben cresciuto, che deve essere spesso 1-2 centimetri; la parte condita più sottile, intorno ai 4 millimetri; e la cottura molto breve (60-90 secondi) a temperature molto alte, rigorosamente in forno a legna con la caratteristica bocca a semicerchio.

A parte la normale pizza napoletana tonda, in città si trovano una miriade di varianti: quella a portafoglio, cioè chiusa in quattro e venduta e mangiata per strada, i calzoni e le pizze fritte, che sono delle pizze chiuse e ripiene, fritte o cotte al forno. Ma anche la “montanara”, che è sempre fritta ma invece di essere ripiena viene condita dopo la cottura mettendoci sopra pomodoro, basilico e formaggio.

pizza in teglia alla romana

Pizza romana, pizza al taglio, pizza alla pala

La pizza a Roma «non è una ma è trina», come si sente dire spesso. Si possono distinguere infatti tre tipi principali, molto popolari e diffusi anche nelle zone limitrofe: quella tonda cotta in forno a legna, ma più bassa e a volte croccante rispetto a quella napoletana, quella alla pala (la pizza “del fornaro”), e quella in teglia, comunemente detta pizza al taglio, che di solito viene cotta in ampie teglie rettangolari e poi tagliata in pezzi quadrati.

La pizza alla pala è quella con la tradizione più antica, diffusa fin dall’Ottocento. Viene cotta nei forni dove si fa anche il pane, a temperature più basse rispetto a quella napoletana, motivo per cui rimane in cottura più tempo e perde umidità diventando “scrocchiarella”, come si dice, cioè croccante. Anche quella tonda viene cotta a temperature più basse, ma nel forno a legna: nonostante l’estesa diffusione della pizza napoletana anche a Roma, resistono diverse pizzerie storiche come “I Marmi” a Trastevere e “Remo” a Testaccio che ancora servono la pizza bassa e senza cornicione.

marmi.jpg

 

La pizza al taglio nacque invece come accompagnamento delle pietanze servite nelle rosticcerie. In passato veniva lievitata poco e risultava poco digeribile, mentre oggi alcuni pizzaioli anche celebri, come Gabriele Bonci, hanno rinnovato il processo di produzione e l’hanno resa più digeribile e ricercata nel gusto.

Focacce pugliesi

Secondo Luciano Pignataro, la diffusione di varianti di pizze e focacce nel Sud Italia deriva dall’influenza napoletana. Di sicuro soprattutto nell’area del barese e nel tarantino si sono affermate alcune ricette originali, nate originariamente per sfruttare il calore del forno per cuocere il pane prima che arrivasse a temperatura. A Taranto la focaccia più diffusa è con la cipolla e le olive nere che colorano l’impasto, più basso e compatto rispetto alla focaccia barese che invece è alta e morbida e di solito include i pomodorini nella ricetta, messi direttamente nell’impasto prima della cottura.

Oltre alle normali focacce, in Puglia ci sono molte altre varianti di pizza e focacce, a seconda delle città: la puddica di Brindisi, la paposcia del Gargano e il ruccolo di Gravina, per esempio.

focaccia di recco

Focacce liguri

Generalmente in Liguria si possono distinguere tre varianti principali di focaccia: quella di Genova, quella di Recco e quella di Voltri. I liguri ci tengono molto che la loro focaccia (fugassa, in dialetto) non venga chiamata pizza. Quella genovese è alta circa mezzo centimetro, spennellata d’olio e con i caratteristici buchi; quella di Recco è invece sottilissima e ripiena di formaggio fresco; la focaccia di Voltri è più simile a quella genovese, ma cambia nelle tecniche di lavorazione e di cottura: ha un’idratazione più alta dell’impasto (cioè contiene più acqua in proporzione alla farina), prima di essere infornata viene cosparsa di farina di mais e in forno viene “stirata” per renderla più sottile. Questo tipo di focaccia, comunque, è meno diffuso rispetto a quella genovese.

Sfincione palermitano e varianti siciliane

Nel suo libro, Pignataro scrive che «fare un compendio esaustivo delle focacce siciliane è quasi impossibile». Noi ci limiteremo a citare lo sfincione tipico di Palermo, anche detto spinciuni, una focaccia alta, fatta con pasta molto cresciuta e morbida, ricoperta con pomodoro, caciocavallo, cipolla, acciughe e a volte pangrattato. Tra le altre varianti regionali ci sono la “rianata” trapanese (chiamata così per la massiccia presenza di origano e diffusa in molte parti del meridione), la schiacciata di Catania e la cosiddetta “scaccia”, una focaccia tirata molto sottile, avvolta su se stessa fino a formare un fagotto e ripiena di pomodoro, cipolla e caciocavallo, o anche con melanzane fritte, ricotta o salsiccia. La paternità della scaccia viene contesa tra le città di Modica e Ragusa.

Schiacciate

Soprattutto in Umbria e in Toscana è diffusa una variante della focaccia chiamata schiacciata (anche schiaccia o ciaccia), che è sostanzialmente una focaccia bassa fatta con l’impasto del pane, cotta in forno a legna e di solito condita con olio, sale, strutto o con i ciccioli di maiale. Ne esistono un gran quantità di varianti diverse a seconda delle città: intorno a Gubbio è molto diffusa quella con le cipolle di Cannara, a Orvieto c’è “la pizza gialla” fatta con farina di mais e a Grosseto ci mettono cipolle e acciughe. Ne esistono anche varianti dolci.

schiacciata toscana

Pizza al tegamino torinese

Sulle origini di questa pizza si sa molto poco. Sembra sia una specialità autoctona di Torino, forse portata da pizzaioli toscani, e si differenzia dalla pizza normale per la sua cottura in forno a legna (ma anche elettrico) in un piccolo tegame, o padellino, reso antiaderente da un filo d’olio, e non direttamente su mattone come avviene di solito. L’impasto è simile a quello della pizza napoletana, ma gli viene fatta fare una seconda lievitazione direttamente in teglia prima di essere infornata. Alcune varianti di questa cottura esistono anche al Centro e al Sud: in Campania c’è per esempio “pizza nel ruoto”.

Pizza al trancio di Milano

Nel 1953 in via Spontini 4 una rosticceria cominciò a vedere le prime pizze al trancio di Milano, un qualcosa di simile allo sfincione palermitano: molto alta, spugnosa, ricoperta di formaggio o di acciughe. Da allora le pizzerie Spontini si sono diffuse in città, così come le successive imitazioni, facendola diventare in qualche modo un prodotto tipico milanese, molto diffuso e apprezzato. In sostanza è come la pizza al tegamino, ma più grande e venduta in grossi tranci; si distingue anche dal fatto che prima di infornarla i pizzaioli versano una consistente quantità di olio sul fondo del tegame, rendendola di fatto una pizza fritta.

Fonte: il Post