Un cane andaluso: il capolavoro surrealista di Buñuel e Dalì

Culture
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Un chien andalou, in italiano Un cane andaluso,  il primo film del regista Bunuel, uscito nel 1929, pensato e realizzato insieme all’amico Salvador Dalì e subito diventato il manifesto del Surrealismo.

Il cortometraggio muto, scritto dai due in una sola settimana e girato in soli quattordici giorni,  è composto da intervalli temporali che ritmano la vita della coppia protagonista. Così vi troviamo solo didascalie che servono a indicare il tempo che passa –  “C’era una volta; otto anni dopo; circa alla tre del mattino; sedici anni prima; in primavera” – e non a circoscrivere spazio e pensieri.

Non esiste una “trama”. Tutti gli avvenimenti sono legati da una sorta di progressione onirica, senza un visibile nesso. Il racconto è costruito sulle allusioni, le connessioni psichiche, i sottintesi;  non c’è razionalità, non c’è realtà, tranne quella dell’inconscio, del sogno e del desiderio.

Un occhio tagliato da un rasoio, una mano piena di formiche e le mani del protagonista che percorrono i seni e le natiche della donna. I pianoforti trascinati, con due asini morti e due preti legati a delle funi. Uno dei due è Dalì.

Narrazione

Un chien andalou si apre con una delle sequenze più raccapriccianti e sconcertanti nella storia del cinema: un uomo, interpretato da Buñuel, recide con un rasoio l’occhio di una donna (in realtà, si tratta dell’occhio di un vitello morto).

Questa possente scena afferma l’importanza di un cinema intimo e rivolto all’essenza dell’individuo. Gli autori esigono dalla settima arte uno sguardo ben aperto che penetri l’anima e  riconosca anche il mondo inconscio e irrazionale.

Poi la storia piomba nell’attrazione erotica impetuosa che lega reciprocamente un uomo e una donna. Tra le musiche di Wagner (Tristano e Isotta) e i tanghi argentini, la passione dei due viene continuamente  ostacolata da una catena di situazioni rivelate attraverso le associazioni inconsce dell’uomo.

Tutti gli oggetti utilizzati nelle scene – dalla scatola, alla cravatta ai peli di ascella – sono simboli che alludono continuamente alla sfera sessuale.

Il finale, con i mezzi busti dei due che, in primavera, spuntano fuori dalla terra, sublima quel misterioso piacere che prova l’uomo davanti alla sofferenza, che non può essere contenuta e che ci dà la ineluttabile provvisorietà dell’esistenza.

Con Un cane andaluso Dalì e Buñuel  ci hanno lasciato un capolavoro capace di farci riflettere, soprattutto oggi, su come gli istinti più profondi e l’assenza di controllo sui propri pensieri possano dar vita ad una surrealtà nella quale abbandonarsi, senza doverla per forza comprendere.

L’incontro fra due sogni

Appena giunto a Figueras, da Dalí, invitato a passarci qualche giorno, gli raccontai che avevo sognato da poco una nuvola lunga e sottile che tagliava la luna e una lama di rasoio che spaccava un occhio. Lui mi raccontò che la notte prima aveva visto in sogno una mano piena di formiche. Aggiungendo: “E se dai due sogni ne cavassimo un film?”

Luis Buñuel, Dei miei sospiri estremi, Rizzoli. Milano 1983

 

 

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