Banca di Russia

Sanzioni, Russia: “troppo grande per fallire”?

EconoMi@
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La Russia è la cosiddetta “too big to fail”, troppo grande per fallire? Ai 279 default sul debito estero che si sono verificati dal 1800 a oggi in 113 Paesi non si aggiungerà, per ora, il 280esimo. I primi creditori internazionali della Federazione Russa avrebbero infatti ricevuto il pagamento degli interessi dovuti da Mosca per 117 milioni di dollari su due bond in scadenza nel 2023 e 2043.

La transazione è stata prima processata da JP Morgan – la cosiddetta banca corrispondente, che ha fatto da intermediario – e poi da Citi, che starebbe girando i soldi ai legittimi proprietari. Non dovrebbe essere necessario dunque attendere i 30 giorni di periodo di grazia, cioè di tolleranza dalla scadenza del 16 marzo, vale a dire fino a metà aprile. Va mantenuto un certo grado di cautela, dal momento che S&P ha negli ultimi giorni declassato ulteriormente il rating sovrano sulla Russiaaffermando al contrario che non tutti i creditori avrebbero ricevuto indietro i soldi.

Prossima scadenza chiave: 4 aprile

Non è comunque detta l’ultima parola, visto che la Russia nelle prossime settimane sarà chiamata a ripagare altri prestiti: a fine marzo il Ministero delle Finanze russo deve un nuovo pagamento di cedole, mentre il 4 aprile dovrà ripagare l’intero capitale di un prestito da 2 miliardi di dollari.

Se la Russia non dovesse riuscire a ripagare i propri debiti (per restituire 117 milioni ha dovuto faticare parecchio) o dovesse farlo in rubli invece che in dollari, andrebbe incontro a default del suo debito estero. Se accadesse, si tratterebbe del secondo fallimento più grave degli ultimi 25 anni.

Secondo i calcoli di Bloomberg infatti ai 40 miliardi di debito pubblico estero russo vanno aggiunti i 105 miliardi di dollari dovuti dalle grandi società russe, tra cui Gazprom, Sberbank, Lukoil e Rosneft (alcune hanno pagato i debiti in dollari, altre per ora no). Tutto considerato, solo il default greco del marzo 2012 si rivelerebbe più grave.

Più spiegazioni

Come sarebbe riuscita la Russia a ripagare il proprio debito, nonostante le sanzioni e le previsioni delle agenzie di rating? Il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov aveva affermato di aver effettuato un pagamento in valuta estera, ma di non essere certo dell’esito del pagamento viste le sanzioni occidentali. E nel caso il pagamento non avesse avuto successo – aveva aggiunto – avrebbe pagato gli interessi dovuti in rubli su un conto russo, il che sarebbe equivalso a un default tecnico. I dollari sono invece passati da JP Morgan, che ha prima richiesto e poi ottenuto il via libera dalle autorità americane, le quali attraverso il Dipartimento del Tesoro a inizio marzo avevano chiarito la possibilità di fare ancora affari con la Banca centrale russa per ricevere pagamenti di interessi e obbligazioni.

Le riserve valutarie e auree di Mosca

Si è trattato di una conferma del fatto che la Russia dispone dei soldi per ripagare i propri debiti, almeno per adesso, come avevano ribadito sia l’FMI sia il governo di Mosca. Dispone infatti di notevoli riserve valutarie e di oro – fino a 640 miliardi di dollari – che però sono state in gran parte bloccate dalle sanzioni occidentali, mentre l’oro custodito nei caveau russi non riesce a trovare acquirenti. D’altra parte è anche vero che la Federazione riceve ogni giorno ingenti flussi di valuta estera, grazie alla vendita dei suoi preziosi idrocarburi petrolio e gas naturale.

Secondo gli esperti, l’export di materie prime vale fino a 1 miliardo di dollari al giorno, denaro in gran parte pagato dai Paesi europei.

Questi soldi però probabilmente oggi servono alla Russia per sostenere la sua economia e il rublo. Le grandi aziende esportatrici, come Gazprom e Rosneft, dall’inizio del conflitto sono obbligate a cambiare l’80% dei propri ricavi in rubli, per contrastarne la svalutazione. Non è ancora chiaro se i 117 milioni che sarebbero stati pagati provengano dalle riserve sbloccate ad hoc dagli Stati Uniti per pagare i creditori oppure dal denaro ricevuto con le esportazioni.

Troppi rischi inutili per un default russo

Evidentemente i Paesi occidentali – e il Dipartimento al Tesoro americano nello specifico – hanno ritenuto troppo rischioso, e probabilmente inutile, provocare un default russo. Mosca ha già perso l’accesso al mercato finanziario globale, non può più chiedere soldi in prestito sulla piazza americana e su quella europea, il mercato azionario è chiuso dal 28 febbraio e il suo valore è stato probabilmente in gran parte polverizzato, il rublo si è svalutato di un terzo dall’inizio del conflitto e l’inflazione raggiungerà il 20% per la fine di marzo. Non pare avere insomma granché da perdere ormai.

Certo, le conseguenze di un default sono imprevedibili e avrebbero peggiorato le condizioni finanziarie, costringendo probabilmente le ultime società occidentali – tra cui le banche italiane Intesa Sanpaolo e Unicredit – a uscire dal Paese. Ma chi potrebbe rimetterci di più sono gli stessi creditori, che potrebbero non rivedere più indietro i loro soldi. Un negoziato per ristrutturare il debito russo rischia di essere infatti oltremodo complicato, viste le sanzioni. 

Il Fondo Monetario Internazionale ha escluso che dal default possa scaturire una crisi finanziaria globale, perché l’esposizione delle banche verso la Russia non è “rilevante dal punto di vista sistemico”. Ma l’incertezza resta sull’esposizione di singoli fondi e istituti, di cui non si conosce il numero di titoli di credito russo e relative assicurazioni contro il default (i credit default swap che, secondo JP Morgan, raggiungono i 6 miliardi di dollari) che hanno in portafoglio.

Il precedente del 1998

Il ricordo del 1998 d’altronde è ancora vivo nella memoria: quando si scoprì che l’hedge fund americano Long-term Capital Management (Ltcm)– che macinava profitti a doppia cifra grazie a una leva finanziaria di 30 a 1 – aveva in pancia parecchio debito russo al momento del default di Mosca. Solo ad agosto di quell’anno aveva perso il 44% del suo valore, e presto si ritrovò a elemosinare capitale. Ltcm da solo non avrebbe potuto mettere in crisi il sistema finanziario globale, ma il vero problema era rappresentato dalle banche americane che gli avevano prestato denaro permettendogli di fare investimenti tanto rischiosi. Nel settembre del 1998 un consorzio di 14 banche e aziende salvarono – supportati dalla Federal Reserve – il fondo con una spesa di 3,6 miliardi di dollari, per evitare un effetto contagio sul resto del mercato finanziario. Almeno per ora nel 2022 questo rischio appare evitato.

Fonte: Ispi

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