Carmine Pecorelli

Mino Pecorelli, l’omicidio di un giornalista “pericoloso” e inviso al potere

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«Mino Pecorelli era un giornalista bravo, scaltro, competente. Che aveva una serie fittissima di rapporti col mondo dei Servizi e del potere. Che secondo me è stato ucciso per la vicenda Moro». Queste le parole di Gero Grassi, vice presidente della Seconda Commissione Moro.

Carmine Pecorelli, detto Mino, molisano di Sessano (IS) è stato ucciso a 51 anni il 20 marzo 1979, a Roma in un agguato all’uscita della redazione del suo OP,  “Osservatore Politico, Settimanale di informazione politica ed economica”. Quattro colpi di pistola, uno al volto e tre alle spalle.

Le sentenze del processo sull’omicidio

Le parole di Grassi, che seguono le risultanze dei lavori della Commissione Moro, trovano coincidenza con le sentenze del processo sull’omicidio Pecorelli.

Mino Pecorelli era «un giornalista appassionato del suo lavoro, sicuramente schierato sul fronte politico e di posizione antagonista alla sinistra, ma non per questo indulgente verso la parte politica a lui vicina, preparato, indipendente, profondo conoscitore della situazione politica italiana, di cui faceva una analisi lucida». E ancora: «non era un ricattatore perché la forza del ricattatore è quella di minacciare la pubblicazione di una notizia scabrosa e non quella di pubblicarla ovvero di far conoscere solo ai diretti interessati, vendendola, e non al pubblico, la notizia». Così si legge nella sentenza della Corte d’Assise di Perugia (1999).

«Carmine Pecorelli non minacciava di pubblicare, ma pubblicava notizie scabrose», così sottolineava la sentenza della Corte d’Assise di Appello (2002).

Riabilitazione del professionista e del suo lavoro

Parole che, formalmente, riabilitano il giornalista molisano, spesso dipinto invece come ricattatore, manipolatore, uomo dei Servizi. Eppure tutto il suo lavoro di giornalista di inchiesta sulle trame di potere, politico ed economico, nell’Italia degli anni ’60 e ’70 è di difficile reperimento.

«Pensate che i numeri di OP non sono conservati in nessuna biblioteca nazionale, non ci sono nelle biblioteche di Camera e Senato». Affermazione di Giuseppe Pardini, docente dell’Unimol, nel corso di un incontro del 2018 voluto dall’Ordine dei giornalisti del Molise, per “la riabilitazione definitiva e meritata del direttore di OP”.

Il 26 febbraio del 2020, la Federazione Nazionale della Stampasi è costituita parte offesa, al fianco dei familiari di Mino Pecorelli.

Un giornalista scomodo e inviso al potere

Le inchieste di Pecorelli sulle trame dell’Italia di quegli anni furono diffuse all’inizio come agenzia di stampa, quindi per una cerchia di interessati ampia ma limitata. Successivamente con la trasformazione di OP in giornale mensile e poi settimanale, ovvero con un bacino di lettori potenzialmente illimitato. Per qualcuno questo fu uno dei motivi secondari. Ma per molti fu, in particolare, ciò che sapeva sul caso Moro. Tutt’ora uno dei misteri più grandi e più gravi della storia repubblicana.

Pecorelli aveva senz’altro molti nemici. Al punto che del suo omicidio furono accusati mafia, malavita romana, terrorismo nero, politici: Pippo Calò, Gaetano Badalamenti, Michelangelo La Barbera, Massimo Carminati, Claudio Vitalone e Giulio Andreotti. Quest’ultimo condannato nel 2002 in Appello a 24 mesi di reclusione insieme con Badalamenti, in quanto ritenuti i mandanti dell’omicidio. Condanne cancellate dalla Cassazione il successivo anno 2003.

Ad oggi non si conoscono mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio del giornalista.

Gli intrecci con il caso Moro

Sta di fatto che la morte di Pecorelli continua ad essere mescolata, invece, con la vicenda del rapimento e della successiva uccisione di Aldo Moro. Nel 2019, infatti, la procura di Roma ha riaperto le indagini accogliendo le richieste di Rosita, sorella del giornalista ucciso, in base al sequestro di una pistola Beretta 7,65 che sarebbe stata usata per l’omicidio di Mino Pecorelli. Il tutto in base alle dichiarazioni di un ex terrorista nero, Vincenzo Vinciguerra, alla giornalista Raffaella Fanelli in un’intervista dell’anno prima (2018). La Fanelli, a sua volta, era venuta a conoscenza della pistola, dopo esser venuta in possesso di un verbale contenuto in una cartella del sequestro Moro.

Quale verità?

Ad oggi nessuna verità oggettiva è stata ancora svelata sull’omicidio Pecorelli. Quel che è certo è che la sua morte, con tutta probabilità, è legata in una matassa non ancora districata a quella di Aldo Moro. E che il giornalista molisano era a conoscenza di troppi segreti e troppe trame di un’Italia che ancora oggi è sconosciuta agli italiani. Affari e legami di Giulio Andreotti, di dubbia liceità. La strage di Piazza Fontana e l’eversione nera, verso cui portano molte piste sulla sua morte. Come la persona che avrebbe dovuto incontrare il giornalista nella sua redazione, la sera del 20 marzo 1979, quando fu assassinato.

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