rifiuti nucleari

La difesa dell’ambiente e la minaccia dei rifiuti nucleari

Ambiente
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La riflessione del dott. Gustavo Cioppa, già Procuratore Capo della Repubblica di Pavia e Sottosegretario di Regione Lombardia.

“Cambiò il mondo. Cambiò il nemico. La morte ebbe facce nuove che non conoscevamo ancora. Non si vedeva, la morte, non si toccava, non aveva odore. Mancavano persino le parole, per raccontare della gente che aveva paura dell’acqua, della terra, dei fiori, degli alberi. Perché niente di simile era mai accaduto, prima. Le cose erano le stesse – i fiori avevano la solita forma, il solito odore eppure potevano uccidere. Il mondo era il solito e non era più lo stesso”. Da “Preghiera per Chernobyl”, Svetlana Aleksievič

E’ inevitabile, nel rileggere le parole del premio Nobel Svetlana Aleksievič, sentirle quanto mai attuali e trasfonderle nel nostro presente più prossimo, segnato da una devastazione che non si tocca, non ha volto, non ha odore.

La portata travolgente di questa pandemia ha in sé il potere di totalizzare il nostro “sentire”.
E così tendiamo a ricondurre ogni nostro gesto, sensazione, pensiero e progetto alla necessità di sopravvivere oggi per rinascere domani dalle ceneri lasciate dal virus.
In effetti la battaglia è ardua, ci ha colti del tutto impreparati e ci ha imposto di erigere una soglia di allerta che ci ha costretti a rivisitare ogni nostro processo vitale – corporeo e mentale – al punto che ciò per cui eravamo in serio allarme un anno fa sembra oggi meno urgente o preoccupante.
Purtroppo non è così. Purtroppo dobbiamo sforzarci di combattere su più fronti poiché i pericoli e le minacce di catastrofe non si mettono in pausa.

E tra i mille temi che non consentono dilazioni, proprio il pericolo delle scorie nucleari ci spinge con prepotenza a fare qualcosa.

Rifiuti nucleari: che cosa ne faremo?

Premesso che il metodo utilizzato per la individuazione delle aree nelle quali ricoverare le scorie nucleari è molto discutibile, e, a ragione, viene assoggettato a critiche – condivisibile quella del Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, ma anche quelle dei molti amministratori locali e delle popolazioni -, dobbiamo tenere presente che i  rifiuti ci sono comunque e non svaniscono soltanto perché non sono graditi e rappresentano un pericolo. Dunque, il problema non può essere eluso e, a questo punto, neppure rinviato.

La questione, piuttosto, è se i rifiuti pericolosi, quelli radioattivi in particolare, possano essere smaltiti in sicurezza e nel rispetto dell’ambiente in cui sono collocati. La prima esigenza è proteggere la popolazione e distribuire equamente sul territorio e non concentrare tutto in alcune aree. Ma non dobbiamo farne una questione di campanilismo: la salute e l’ambiente riguardano tutti. Anzi: l’ambiente incide sulla salute di ciascuno di noi. Altrettanto ineludibile è la questione dei costi: quelli economici, che devono essere sopportati da tutti, e quelli sociali, che incidono più direttamente sulle comunità interessate.

Ovviamente occorre riconoscere a queste ultime compensazioni ambientali non solo economiche. Ma, se mi è permesso, tutto questo è realizzabile e, se fatto nel rispetto della legge, può rappresentare una occasione irripetibile per recuperare risorse e territori, da restituirsi alla loro naturale destinazione.

L’alternativa è favorire le organizzazioni criminali, che ogni anno (secondo Legambiente) occultano clandestinamente circa 4 milioni di tonnellate di rifiuti, in gran parte molto pericolosi,  o non fare nulla, il che è peggio ancora perché, come ho detto, i rifiuti esistono già e non possono non essere smaltiti.

Quanto ai rischi, che devono comunque essere scongiurati, occorre essere realisti.

Le centrali nucleari francesi, alcune delle quali (Bugey, St-Alban, Cruas, Tricastin) più vicine a noi che a Parigi, sono molto più pericolose: le radiazioni non si curano dei confini politici tra regioni o  tra le nazioni. Il problema, dunque, è di tutti, che ci piaccia o no.

Insomma, il primo passo verso una nuova coscienza ambientale è la guarigione dalla sindrome Nimby, seguita dalla constatazione che esiste un solo giardino e che le sue condizioni riguardano ciascuno di noi.

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