Gli insospettabili della censura

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In Canada il parlamento sta tentando una nuova strada per regolamentare i contenuti su internet. Il tentativo arriva dopo il fallimento del Bill C-10, una proposta di modifica della legge sui media, che in Canada risale al 1991 ed è quindi del tutto sguarnita nei confronti delle piattaforme online.

L’idea dietro al Bill C-10 era quella di rendere anche i giganti di internet sottoposti alle indicazioni e alle licenze rilasciate dalla Canadian Radio-television and Telecommunications Commission (CRTC), cui invece devono adeguarsi media più tradizionali come radio e tv.

Per evitare scappatoie percorribili da alcune piattaforme (ad esempio Spotify sarebbe ricaduta sotto la legge ma YouTube no, nonostante entrambi abbiano musica sulle proprie app), i Liberals decisero di includere sotto l’egida della CRTC anche  i cosiddetti user-generated-content, finendo però col tramutare il Bill C-10 in un provvedimento in grado di censurare i contenuti sui social media postati dagli utenti canadesi.

La nuova proposta del governo Trudeau

Il nuovo pacchetto ora al vaglio del parlamento e promosso dal governo guidato da Justin Trudeau è però ancora più controverso del Bill C-10. Tra le varie proposte prevede infatti l’obbligo per i social media di rimuovere i contenuti illegali entro 24 ore. Il governo dovrebbe inoltre creare un ente regolatore col potere di inviare ispettori nei luoghi di lavoro e nelle abitazioni private, nonché di organizzare audizioni chiuse al pubblico. C’è poi la proposta contro l’odio online, che in sostanza ricicla una norma già abrogata 10 anni fa perché violava la libertà di parola, ripulendola questa volta con una definizione più ristretta e precisa di discorso di odio.

Ovviamente al pacchetto non manca il grande classico: costringere piattaforme come Google e Facebook a pagare i giornali per la diffusione e condivisione dei loro contenuti.

Molti attivisti ed esperti hanno criticato il primo ministro canadese Justin Trudeau sostenendo che il suo lavoro stia ponendo seri problemi alla libertà di pensiero e alla democrazia nel paese. Ma quello del Canada è solo l’ultimo caso di paese considerato tradizionalmente democratico che ha avuto uno slancio liberticida nei confronti di internet.

Australia e Nuova Zelanda

A febbraio del 2021 la volontà delle istituzioni australiane di favorire le testate giornalistiche obbligando le grandi piattaforme a pagare per la diffusione di articoli online finì col blocco da parte di Facebook di tutto ciò che era contenuto giornalistico. La decisione fu annunciata in una lettera di fuoco, attivata e poi ritirata a seguito della decisione da parte del ministro del tesoro Josh Frydenberg di modificare la legge in questione

Anche in Nuova Zelanda ci sono stati problemi. A seguito dell’attentato suprematista di Christchurch in cui vennero uccisi 51 musulmani raccolti in preghiera è stata elaborata una proposta di legge che a partire da giugno scorso ha diviso l’opinione pubblica neozelandese.

L’idea è quella di porre un freno ai discorsi d’odio online punendo più severamente rispetto ad oggi chi discrimina o alimenta odio e violenza online contro le minoranze. Ma secondo l’opposizione e una buona fetta di opinione pubblica la legge darebbe vita ad una società divisa e polarizzata e aprirebbe la strada ad una definizione politica di ciò che è accettabile dire e ciò che invece non può essere detto.

Usa e Ue

In modo simile, negli Stati Uniti il tema è dibattuto ormai da anni, senza però aver trovato una vera soluzione tra chi vuole andarci con la mano pesante e chi grida alla cancel culture.

Non va meglio in Unione Europea, dove a fronte di un’attenzione crescente verso questioni come intelligenza artificiale e dati personali, la Commissione europea ha iniziato proprio in settimana a lavorare su una normativa che – se approvata – renderebbe impossibile gestire un sito web in forma anonima.

Come evidenzia la Commissione, il principio è ovviamente quello di girare la vite intorno alle attività criminali online, che con la pandemia sono aumentate vertiginosamente. Ma a fronte di una tracciabilità maggiore delle operazioni digitali crollerebbe il principio dell’anonimato, che fin dalla nascita di internet rappresenta un elemento chiave della vita online.

Secondo il deputato europeo tedesco Patrick Breyer la proposta della Commissione “è un grande passo verso l’abolizione delle pubblicazioni anonime e delle fughe di notizie su Internet” e “mette in pericolo i proprietari di siti web e il diritto all’anonimato online, che è particolarmente indispensabile per donne, bambini, minoranze e persone vulnerabili, vittime di abusi e stalking”.

Dunque, mentre crescono le preoccupazioni per il futuro dei diritti in un mondo sempre più digitale determinate da superpotenze poco inclini al confronto democratico – tra cui ad esempio Cina e Russia -, gli stessi leader di paesi democratici cadono nella tentazione di frenare la libertà di espressione che è alla base di internet. E mentre a Pechino e Mosca la questione del bilanciamento tra controllo e libertà non è neanche una questione, altrove il dibattito si fa sempre più spinoso. Da un lato c’è la sicurezza della popolazione da tutelare, dall’altro la libertà delle persone da salvaguardare.

Fonte: Gabriele Cruciata, Wired

Foto: Kilpatrick Sean/CP/ABACA / IPA

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