Covid, NextGenerationEU: su fondi UE, l’Italia rischia di mancare occasione storica

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A che punto siamo con il piano europeo per la ripresa? A un punto morto, verrebbe da dire.

L’Italia è, come sempre, in ritardo e senza idee. Al punto che nella Commissione europea si inizia a fare riferimento a un potenziale “caso Italia”, se il governo Conte non dovesse presentare il piano nazionale entro la scadenza.

Se questo accadrà, verosimilmente i fondi che l’UE ha previsto per l’Italia slitteranno. L’anticipo previsto per il 2021 (il 10 per cento, cioè circa 20 miliardi), sarà effettivamente stanziato solo dopo il formale via libera europeo. Ma servono almeno due mesi per il suo esame da parte di Commissione e Consiglio europei. La pericolosa conseguenza sarebbe, perciò, che quei fondi arrivassero alla fine del 2021.

Inizialmente prevista per il 15 ottobre, la scadenza per la presentazione a Bruxelles del Piano nazionale (di ripresa e resilienza, PNRR, com’è stato denominato dal governo) è stata fissata al 15 gennaio 2021. Necessario per l’ottenimento dei circa 210 miliardi di euro (di complessivi 750) che l’Unione Europea ha riservato all’Italia, nell’ambito del piano finanziario continentale per la ripresa post Covid: 127 sotto forma di prestiti e 81 a fondo perduto.

Il NextGenerationEU con 750 miliardi complessivi è pensato per aiutare l’UE ed i suoi Paesi ad uscire dalla crisi e per gettare le basi per un’Europa più moderna e sostenibile. Queste, infatti, le sei macroaree di interventi prioritari che sono state indicate dalla Commissione come condizioni per accedere alle sovvenzioni e ai prestiti transizione ecologica, digitalizzazione, equità, salute, infrastrutture, istruzione e ricerca). Circa il 40% dei fondi complessivi è riservato ad ambiente, sviluppo sostenibile, cambiamento climatico.

Una parte di queste risorse sarà preassegnata agli Stati, ma una parte servirà ad arricchire programmi comuni senza preassegnazione agli Stati e se ne avvarrà chi presenterà i migliori progetti.

In Italia, mentre almeno 7 Paesi hanno già presentato i propri piani, tutto il lavoro di Palazzo Chigi è ancora oscuro e pressoché ignoto. Sono previsti: una task force, un supercommissario e due conti correnti per ricevere i fondi da Bruxelles (uno per i fondi perduti, l’altro per i prestiti), però non si sa per fare cosa, di preciso.

Per ora si sa solo che il Governo ha deciso di utilizzare 88,5 miliardi per misure già presenti nella legislazione vigente e di impiegare 121,2 miliardi per nuove misure. Nel disegno di legge di bilancio, il valore degli interventi eleggibili per i programmi europei per circa l’80% rappresentato in modo indistinto. Le misure per le quali siano già previste specifiche norme autorizzatorie ammontano soltanto a 9,5 miliardi nel 2021, 10,4 miliardi nel 2022 e a 7,2 miliardi nel 2023.

Un dibattito pubblico o politico, su questo tema così importante per il futuro del Paese, non c’è stato e non c’è.

Quanto alla parte più rilevante dei fondi, quella a temi ambientali, circa 80 dei 210 miliardi riservati all’Italia, se ne occuperanno sin troppi soggetti (organismi, commissioni e comitati vari), vecchi e nuovi: Cipess, Dipe, Mattm, Benessere Italia, Investitalia, Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile, Ciae (Comitato interministeriale affari europei) e Dipartimento per le politiche europee. Coordinate direttamente dal Presidente del consiglio.

Nel giro di 45 giorni, tutto dovrà tradursi in progetti concreti da far finanziare da Bruxelles. O il rischio sarà, nella migliore delle ipotesi, che i primi fondi arrivino tra un anno, nella peggiore che non arriveranno affatto. Ma già si parla di presentazione del piano nazionale non prima di febbraio.

Quel che è certo è che se, a causa della consueta superficialità con cui in Italia si gestiscono i fondi europei, salterà questa partita, la Nazione e, appunto, le prossime generazioni (per cui è stato pensato il piano europeo) non erediteranno un Paese migliore e adeguato a quello che sarà il proprio presente.

L’Italia mancherebbe un’occasione storica, non solo di riconversione e di sviluppo, ma per il proprio futuro. Che difficilmente si ripresenterà.

 

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