upcycling

Che cosa è questo “upcycling” di cui si parla tanto nella moda

Visioni
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La sostenibilità e l’economia circolare contrapposte al vecchio modello di economia lineare: nel settore moda se ne parla molto, tanto che le aziende stanno adottando la logica del riutilizzo, in linea con le nuove esigenze dei consumatori sempre più attenti alla salvaguardia delle risorse naturali. L’ultima forte tendenza sembra essere dunque “l’upcycling”. Ma cosa è esattamente e perché è un’ottima chance?

Che la moda stia attraversando un periodo di transizione, che stia lentamente cambiando per acquisire nuovi paradigmi, in accordo con i mutamenti delle abitudini e della sensibilità delle nuove giovani generazioni di consumatori (millennial + Gen Z) è innegabile, ma la pandemia coronavirus ha imposto un’accelerazione verso una direzione precisa.

I sondaggi hanno rilevato che durante la pandemia, il 28% delle persone ha riciclato gli abiti e le statistiche hanno evidenziato, complice il lungo lockdown, un’impennata negli acquisti on-line.

Il riciclo nella moda

L’upcycling si differenzia dal riciclo o del downcycling (riutilizzo di qualcosa così come è o trasformazione dei prodotti di scarto in materiali e prodotti di valore inferiore all’interno dello stesso settore o per essere utilizzati in settori diversi così da posticipare il fine vita del prodotto.) perché con questo termine si intende una pratica che trasforma il prodotto a fine vita in un altro.

La caratteristica principale dell’upcycling è che i nuovi prodotti avranno una qualità o un valore uguali o migliori di quelli originali. Nella moda, per esempio, articoli di abbigliamento o scarti tessili esistenti possono essere trasformati in nuovi prodotti, dando vita a un nuovo ciclo di vita. Questo processo inizia dalla fase di progettazione.

Il fashion designer infatti elabora e riadatta vecchi capi o comunque materiali di scarto conferendo un valore aggiunto al nuovo capo, trasformandolo in qualcosa di diverso, più prezioso e con un alto grado di creatività . Il fast fashion e comunque il fashion genera una montagna di vestiti buttati via ogni anno e ha un enorme impatto sull’ambiente e si stima che a livello globale, ogni anno vengono creati circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Entro il 2030, si prevede che scarteremo più di 134 milioni di tonnellate di tessuti all’ anno. Gran parte del problema dipende dai materiali utilizzati per fare i vestiti, fibre non riciclabili, non biodegradabili e dalle fibre quasi sempre utilizzate in mischia e quindi difficili da riciclare e trasformare in nuove fibre e, soprattutto dalla loro scarsa qualità che ne permette un utilizzo assai limitato nel tempo.

Il modello tradizionale “prendere, produrre, scartare”, che non presta attenzione ai materiali giunti a fine vita, deve essere modificato per valorizzare lo scarto e farlo diventare risorsa.

Per rendere il nostro abbigliamento sostenibile infatti, sarà necessario modificare l’intero sistema produttivo: tessuti, fibre e capi di abbigliamento dovranno essere progettati in modo da rendere più facile il recuperare e il riciclare. Il fashion designer deve progettare capi belli e durevoli, ma anche che rispettino caratteristiche idonee al riciclo; deve trasformarsi in eco-designer.

Insomma parlando di trasformazione bisogna ricordare che la parola moda deriva dal latino modus “modo, foggia, maniera”, e sta ad indicare una regola a cui ci si attiene, che varia col mutare del gusto e che si impone specialmente nel modo di vestirsi, acconciarsi, ma anche nel modo di comportarsi in società. Fenomeno sociale che consiste nell’affermarsi, in un determinato momento storico e in una data area geografica e culturale, di modelli estetici e comportamentali.

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